Rockit aveva già un logo.
Ed era esattamente quello che ti aspetteresti.

Un razzo.

Il nome era Rockit.

Il razzo sembrava la risposta più naturale.

Anche la più veloce.

Nome.

Simbolo.

Problema risolto.

Solo che il problema non era risolto affatto.

Il logo razzo originale di Rockit

Il logo diceva “Rockit”. Non diceva chi fosse Rockit.

Avrebbe potuto appartenere a una software house.

A una palestra.

A una startup tecnologica.

A un’app per la produttività.

Non era necessariamente brutto.

Era intercambiabile.

E un’identità intercambiabile costringe il brand a ricominciare da zero ogni volta che incontra qualcuno.

Deve spiegarsi.

Deve dimostrare chi è.

Deve sperare di essere ricordato.

Il simbolo raccontava il nome alla lettera, ma lasciava invisibile tutto il resto.

Il settore.

Il carattere.

La promessa.

La direzione.

Per questo non ho iniziato disegnando un razzo migliore.

Ho chiuso il programma.

E ho cominciato dalle domande.

Prima del logo sono arrivate nove pagine di risposte.

Stefan Strobl stava costruendo Rockit, un’attività di marketing dedicata al settore immobiliare.

Non gli serviva soltanto un segno grafico.

Gli serviva un’identità capace di entrare nel mercato con energia, credibilità e una direzione precisa.

Per capirla, volevo andare oltre ciò che Rockit faceva.

Volevo capire:

  • quali clienti desiderava raggiungere;
  • quale problema voleva risolvere;
  • come avrebbe lavorato;
  • cosa lo distingueva dai concorrenti;
  • quale sensazione avrebbe dovuto lasciare;
  • che tipo di azienda non voleva diventare.

Il brief non era una formalità da completare prima della parte creativa.

Era già parte della progettazione.

Perché senza quelle risposte avrei potuto disegnare un razzo più elegante.

Più dinamico.

Più raffinato.

Ma sarebbe rimasto la prima idea.

E la prima idea, spesso, è anche quella che potrebbe avere chiunque.

Rockit non vendeva entusiasmo. Vendeva risultati.

Dal brief è emerso un carattere molto più preciso.

Rockit aveva energia.

Ma non l’energia rumorosa di chi vuole soltanto attirare l’attenzione.

Era energia orientata verso un obiettivo.

Scatto.

Ambizione.

Movimento.

Crescita misurabile.

Non un razzo lanciato genericamente verso l’alto.

Una spinta capace di portare immobili, progetti e clienti più vicino alla vetta.

Questa è diventata la direzione del brand.

Il simbolo è nato da un fulmine. Poi ha iniziato a dire molto di più.

Sono partito dall’idea di energia.

Un fulmine.

L’ho costruito, specchiato, ridotto e messo in tensione.

Durante il processo ha smesso di essere un simbolo con un solo significato.

È diventato una vetta.

E guardandolo ancora meglio, un edificio.

Tre elementi nello stesso segno:

  • il fulmine rappresenta l’energia;
  • la vetta racconta la crescita;
  • l’edificio collega il brand al settore immobiliare.
Il processo di costruzione del simbolo Rockit: dal fulmine alla vetta

Non è necessario spiegare tutto ogni volta.

Il simbolo funziona anche prima che il pubblico ne conosca la costruzione.

Lo riconosci.

Lo ricordi.

E, una volta scoperti i suoi significati, non riesci più a non vederli.

Il vecchio razzo si leggeva in un secondo e finiva lì.

Il nuovo simbolo lascia qualcosa da scoprire.

Il logo finale di Rockit: la vetta che è anche un edificio

Ma un simbolo, da solo, non costruisce un brand.

Una volta trovata la direzione, ogni elemento doveva continuare lo stesso racconto.

Non serviva riempire il progetto di soluzioni.

Serviva costruire un sistema capace di restare coerente in contesti diversi.

Il colore

Una palette essenziale.

Due colori principali e un neutro.

Nessun colore scelto per decorazione.

Ognuno ha un compito: creare contrasto, dare energia e mantenere autorevolezza.

Il sistema colori di Rockit

La tipografia

Diretta.

Solida.

Leggibile.

Pensata per comunicare con chiarezza prima ancora di cercare l’effetto.

Perché un’identità destinata al marketing immobiliare deve saper attirare l’attenzione senza perdere credibilità.

Il sistema tipografico di Rockit

Il linguaggio visivo

Il simbolo non rimane fermo accanto al nome.

Diventa forma.

Taglio.

Direzione.

Struttura delle composizioni.

Il sistema può vivere su un biglietto da visita, in una presentazione o su un’affissione di sei metri senza perdere il proprio carattere.

È qui che il logo smette di essere un oggetto isolato.

E comincia a lavorare.

Le applicazioni del sistema visivo Rockit

La prova non era nel manuale. Era nelle campagne.

Un’identità non deve funzionare soltanto nella presentazione finale.

Deve resistere quando arrivano messaggi, formati e situazioni differenti.

Built for the top. No matter the conditions.
Your competitors’ faces when they see your results.
Le campagne pubblicitarie di Rockit

Due messaggi diversi.

Uno parla di ambizione.

L’altro usa ironia e sicurezza.

Eppure appartengono chiaramente allo stesso brand.

Stessa energia.

Stessa tensione.

Stesso carattere.

Questa è la differenza tra un logo e un sistema.

Un logo aspetta di essere applicato.

Un sistema suggerisce già come comunicare.

Il risultato non era soltanto un’identità più bella.

Rockit ora aveva un’immagine capace di raccontare il settore senza cadere nel simbolo immobiliare più prevedibile.

Poteva comunicare energia senza sembrare una startup generica.

Poteva parlare di crescita senza ricorrere alle solite frecce verso l’alto.

Poteva cambiare messaggio e formato continuando a essere riconoscibile.

Soprattutto, Stefan poteva guardare il brand e vedere qualcosa che gli appartenesse davvero.

Non un razzo preso alla lettera.

Una direzione.

COSA DICE IL CLIENTE

I am thrilled… come direbbero gli americani! Ieri ho ricevuto il mio nuovo logo e sono entusiasta. Soprattutto il modo di lavorare del mio grafico è stato eccezionale. Prima ancora di tracciare un segno abbiamo parlato a lungo e ho compilato un questionario di nove pagine. Voleva sapere quasi tutto di me e dei miei clienti. Che professionalità! Grazie Andrea Carrassi per questo logo straordinario!

Stefan Strobl
Real Estate Marketing Consultant
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Il razzo era la risposta più veloce.

Avrei potuto fermarmi lì.

Sarebbe stato coerente con il nome.

Facile da spiegare.

Immediato da approvare.

Ma il lavoro non era trovare un’immagine per la parola Rockit.

Era costruire un’identità per il progetto che Stefan voleva portare sul mercato.

La prima idea diceva il nome.

Quella finale rappresentava il brand.

Il lavoro vero è non fermarsi alla risposta ovvia.

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